Maggio 2010 (Antonella)

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30 Maggio 2010

                                                                                                               

                        

Stanchi Abitanti,

spero di ricaricarvi parlandovi di un libro e un film per tramandare i valori dell’umanità.

Dietro al cancello: un mondo, un piccolo grande libro di  Marina Cerne, (edito da Battello stampatore di Trieste). L’esplicativo sottotitolo: Ricordi di una guerra non combattuta 1940-1945, potrebbe scoraggiare i più e soprattutto i giovani lettori che, invece, vi possono trovare linfa per  le loro inespresse ricerche interiori.

Scorre agile e piacevole la lettura e si arriva alla fine cercando di centellinare le ultime pagine, per non dover rinunciare al concreto piacere di assaporarlo. Caratteristica di questo gioiellino è il corredo di immagini, inframmezzate alla scrittura, rappresentato eccezionalmente dai ritratti dei personaggi descritti e della vita famigliare che si svolge dietro il cancello protettivo; infatti l’autrice ha la fortuna di aver avuto una zia pittrice, Argentina Cerne, che ha immortalato nei suoi quadri scorci visibili dalla villa, abitata dalla famiglia, e i singoli parenti  o gruppi di amici.

Il calore che trasmette la pittura è anche tangibile nella fresca pennellata del  mondo descritto dalla nipote.  L’infilata di porte, riprodotta nel quadro scelto in copertina, è significativa della possibilità di accoglienza di questa ampia Villa Irma diventata, nel periodo descritto, rifugio per parenti ed amici. Le porte non sono completamente spalancate, ma quel che basta a vedere gli accoglienti interni corredati di fiori, come ad indicare la missione protettiva della casa.

Ai personaggi umani, ben rappresentati con poche ma significative parole, si aggiungono vivaci descrizioni di animali e soprattutto l’indimenticabile cane Lupo.

La descrizione del ricognitore che passava giornalmente, soprannominato familiarmente dagli italiani “Pippo”, mi ha ricordato un’espressione incomprensibile, udita più di mezzo secolo fa, con la quale gli anziani minacciavano noi bambini: “Attenzione che Pippo vi guarda”: ora conosco la provenienza di questo modo di dire per me oscuro e ambiguo, dato che allora, e fino ad oggi, questo  nome per me si associava solo a “Pluto e Paperino”,  personaggi, certamente non inquisitori, delle mie letture infantili.

Le vicende sono narrate riprendendo il diario che l’autrice adolescente teneva, meticolosamente appuntando, per esempio, anche il numero dei bombardamenti: “Una bambina ottantenne” ha ricordato Marina Cerne, alla presentazione del libro, intendendo che quelle circostanze sono comunque oggi state da lei scritte con “un lungo lungo filtro” di anni. Questa descrizione di sé stessa calza a pennello con la freschezza e la disinvoltura della narrazione,  tipica dei molto giovani o dei molto saggi. Ecco il motivo per il quale la scrittrice sente di dover ricordare quel tempo: “…sotto una cappa collettiva d’odio ufficializzato, si allargava un tessuto di incomparabile umanità”.

 Il film di Daniele Luchetti La nostra vita è la dimostrazione che il cinema italiano è vivo e può parlare al mondo sia in termini di regia che di contenuti. Già i fratelli Dardenne ci hanno abituato ad una ripresa che segue la vita quotidiana nel suo divenire, ma l’apprezzabile, rigorosa, asciuttezza del loro girare, dà un tono “altro” alla pellicola che si distacca dal seguire i personaggi come farebbe un puro documentario. Il tono innovativo del geniale Luchetti è proprio in questa provocatoria capacità di rendere assolutamente reale, reale e non realistica, la scena. Mai durante la proiezione ci si sente al cinema, né si è portati ad analizzare le scelte del regista: ci si trova dentro a partecipare dei fatti, come testimoni oculari, grazie anche alla bravura di tutti gli attori, assolutamente perfetti nei loro ruoli e ciò è particolarmente incredibile per i personaggi dei bambini, soprattutto nell’attuale cinematografia italiana abituata a bamboleggiare e a stucchevoli vocette anche nei doppiaggi.

Elio Germano ha meritato in pieno il premio a Cannes delineando un personaggio ricco di ogni genere di espressione, vivo in ogni dettaglio della mimica facciale: la sua cantata al funerale rimarrà negli annali della storia del cinema.

Dopo il neorealismo bisogna trovare un appellativo degno di questo taglio registico che non molla né l’attore, né la storia e soprattutto incastra lo spettatore. Degna di nota la scena al supermercato, nella quale viene da pensare: “Non pensavo  fosse presente una troupe quel giorno lì”. Eppure il rivedere sul grande schermo la vita, questa verità impressionata su pellicola, la rivela ai nostri occhi portandola alla dignità di storia.

Abbiamo, noi italiani e l’umanità tutta, qualità e doti per abbandonare meschinità e falsi attaccamenti che ci stanno portando alla dissoluzione del nostro stesso mondo. I veri valori, come il rispetto di sé stessi e degli altri, sono sempre condivisibili, universali e immortali.

                                                                             Antonella D’Ambrosio