Gennaio 2011 (Antonella)

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Roma 21/01/2011

Cari Abitanti,

il regista Luca Guadagnino potrebbe mutare il suo cognome in accrescitivo dopo il grande successo ottenuto all’estero e soprattutto in America con Io sono l’amore. Non voglio parlare di cifre, che restano insignificanti numeri, se non riferite ad una scala di valori - pensate al paragone uscito sui giornali tra l’incasso,

in denaro, del film di Benigni La vita è bella (1997) e l’attuale Che bella giornata, con l’irresistibile Checco Zalone - non sarebbe più corretto parlare di numero di spettatori? Visto che si tratta di ben 13 anni di differenza, il prezzo del biglietto è raddoppiato! Citerò solo il fatto che bisogna risalire al 2000 per ricordare un simile successo negli USA di un film italiano e cioè al gentile Pane e tulipani di Silvio Soldini, perché i molto apprezzati Gomorra di Matteo Garrone e Il Divo di Sorrentino non hanno, tuttavia, raggiunto incassi paragonabili a questo. Tilda Swinton, musa di Derek Jarman – le ha dato un ruolo in tutti i suoi film e perfino nel suo ultimo, a schermo blu fisso, è, infatti, una delle voci narranti la malattia di cui poi è morto (l’Aids) - ha fortemente voluto questo film e ciò è stato oggetto di scherno da parte dei detrattori che non ne hanno capito la bellezza. È recente la notizia dell’uscita dell’Italia dalla candidatura agli Oscar; su facebook si moltiplicano i commenti negativi sulla scelta dell’onesto film di Virzì La prima cosa bella per rappresentarci come film straniero – spiritosamente commentata dall’interprete Valerio Mastrandrea: “Guardando il lato positivo, non sono costretto a sorbirmi 14 ore d’aereo per essere alla cerimonia”*. Sapendo che Tarantino ha osannato il film di Guadagnino, conosciuto al Festival di Venezia e col quale ha simpatizzato, e visto il successo di botteghino in America, era opportuno fare una scelta coraggiosa e candidare questo cigno misconosciuto dai compatrioti. La scrittura del film ha impegnato il regista e gli altri sceneggiatori per ben 7 anni. Il film cattura immediatamente oppure lo si detesta per l’apparente freddezza; il tema richiama la tragedia greca. Il riferimento alla classicità, alle nostre radici o a colonne del nostro cinema, come Visconti e Antonioni, è insito e confortante. Veramente quest’opera, che contiene il meglio della nostra cultura e di ciò per cui siamo apprezzati all’estero – architettura, moda, cucina - poteva ben rappresentarci. La vicenda si svolge a Milano e qui il primo intoppo per lo spettatore abituato a ben altri panorami; la famiglia è ricca, formale, scostante. Lo definirei un riuscito esperimento di elegante rielaborazione di un sogno. Mentre siamo attenti all’algida scena, ai dettagli di come si apparecchia la tavola, con tanto di mappatura dei commensali ad uso dei camerieri, la tragedia si prepara. L’atmosfera che credevamo pura esteriorità si fa interiore ricerca del lato oscuro ed evolve con i suoi tempi perfetti, estranei al controllo del perbenismo e della cura dei particolari: tutto si consuma e non sarà più lo stesso. La governante è l’unica che pare preoccuparsene, perché è estranea alla famiglia, perché è affettivamente viva. Anche la scena di sesso rientra nel quadro dell’assoluta non banalità di questa raffinata descrizione di apparente esteriorità: è la precisa ricostruzione di un ricordo, dello sfumare del prato e dell’erba attorno a noi. Questa è stata una delle scene più criticate del film, invece ne ribadisce tutta l’integrità di opera d’arte: la capacità di scavare nella realtà del vissuto e renderlo con una posizione della telecamera inconsueta e forzata. Le inquadrature di questa pellicola sono un piacere quasi tangibile per l’occhio del cinefilo. L’eleganza di quest’opera è coronata dalla perfetta colonna sonora che sottolinea la visione con sincronia. La stessa Tilda Swinton, tra i produttori associati del film, ha voluto la musica del compositore contemporaneo americano John Adams, che accompagna in maniera sublime il pathos della sceneggiatura. Come il regista ha saputo attingere alle sue–nostre radici culturali per costruire un’opera degna di tutto rispetto dal punto di vista formale, contenutistico e cinematografico, così la protagonista attinge alle proprie radici genetiche, provenienti da una cultura più naturale di quella altoborghese dove è incastonata a vivere, per aprire il varco alla catarsi finale.
Spero di vedervi.


Antonella D’Ambrosio