Febbraio 2011 (Antonella)

Roma 20/02/2011

Cari Abitanti,


questa volta commento un solo film Into Paradiso, a riprova del fatto che il cinema italiano è in ottima salute.
La regista milanese, ma residente a Roma, Paola Randi ci regala, al suo primo lungometraggio, un film che in modo ironico e divertente tocca argomenti pesanti e gravi quali: il licenziamento, l’immigrazione, la camorra.

La pellicola, già presentato alla sezione Controcampo del Festival di Venezia e ora nelle sale, è di quelle che restano impresse per battute felici e storia originale.
La Randi racconta di aver avuto l’idea imbattendosi in una scena di strano connubio a piazza Dante a Napoli: un gruppo di scugnizzi giocava a pallone, tra l’altro con una pallina da tennis - a riprova dell’imperituro spirito di risorsa partenopeo – mentre, dall’altro lato della piazza, una squadra di immigrati srilankesi giocava, con eleganti movimenti, a cricket.
Alfonso, il protagonista, interpretato da un ottimo Gianfelice Imparato ( già visto, per esempio, nei panni dell’esattore in Gomorra ), è un uomo timido e riservato, ma saprà cavarsela in situazioni alquanto complicate. Vissuto trai morti, che non possono, ed egli lo sa per esperienza, al contrario di ciò che pensa la gente, nuocere, è con i vivi che non sa interloquire.
La storia prende l’avvio dal suo licenziamento e da un’inopportuna raccomandazione che si va a cercare, consigliato dall’amico gestore di un cinema rinato più volte dopo gli incendi dolosi, visto che si rifiuta di pagare il pizzo.
Non sentire, non ascoltare, non volere o sapere riconoscere l’altro, sono motivi ricorrenti in questo sottile film: si vedano i ripetuti tappi nelle orecchie o il poliziotto che riceve addirittura con le orecchie fasciate, scena veramente esilarante. Alfonso, innamorato della srilankese, nei suoi sogni ad occhi aperti, la vede vestita da indiana, perché non conosce la sua cultura; il politico (interpretato da Peppe Servillo, fratello del più famoso Toni), in ascesa grazie ad amicizie camorriste, chiama gli immigrati indiani o addirittura musi neri. Altro filo conduttore è una riflessione sulla televisione, maga del nascondere, falsificare o rimbambire: la realtà bisogna viverla di persona, magari calandosi in quella altrui. Così Alfonso proporrà una cena in cui ciascuno dovrà cucinare i cibi dell’altra cultura, che, oltre ad essere una galanteria, è un ottimo modo per calarsi nei panni stranieri. Da sottolineare le scene a tre, dove Vincenzo Cacace, fatto prigioniero, viene imboccato e accompagnato perfino al bagno, facendo il verso a ben più tragici film di genere.
La convivenza dapprima forzata con l’ex giocatore di cricket, diverrà amicizia catartica.
Il protagonista, mammone napoletano, venuto a contatto con una visione diversa della vita ed usanze srilankesi, saprà mettere a frutto il meglio di sé e recuperare, in un’ottica filosofica, anche le proprie esperienze di scienziato che gli hanno insegnato il modo di comportarsi delle cellule, molto simile a quello umano. L’originalità della narrazione è sottolineata dai ben costruiti effetti in ripresa, di cui la stessa regista dice: “ io credo che gli effetti in ripresa conservino quell’unicità, quella dose di irripetibilità e di originalità che desta inevitabilmente meraviglia. Io credo che il cinema sia una forma espressiva intrinsecamente nostalgica, perché mostra ciò che è stato e che necessariamente non è più e ti permette di percorrere emozioni raccolte dalla vita e conservate sulla pellicola”.
Cari saluti e a presto con nuove visioni.

 

Antonella D’Ambrosio

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