Febbraio 2013 (Antonella)

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Cari Abitanti,

La volitiva bambina della Luisiana, protagonista di Re della terra selvaggia, non ha vinto l’Oscar, ma il film resta un’opera prima di tutto rispetto, assolutamente da non perdere.

Il punto di forza di questo inusuale film è la commistione tra crudo realismo e magia, temi trattati senza separarne i confini o cambiare registro, come appunto succede tra i bambini o nella spontaneità delle società tribali.

La bambina, dal volto eloquente e mobile, che sa esprimere sentimenti senza aprire bocca, è al centro di una storia in bilico tra precarietà e potere: misera è la condizione del villaggio in cui abita e reale la povertà della gente con cui convive, ma ricca è l’umanità di queste persone e la loro saggezza. Tra gli svariati pregi che hanno fatto candidare quest’opera a ben quattro premi oscar, c’è senz’altro l’audace sceneggiatura nella quale si descrive il superamento di paure ataviche: il fuoco, l’acqua, la separazione, la morte.

Il film è stato anche selezionato da Robert Redford per il suo prestigioso Sundance Film Festival, dove ha vinto il Gran Premio della Giuria.

La realtà passa attraverso gli occhi attenti e nello stesso tempo sognatori della bimba Hushpuppy. La dimensione di piccola comunità, ormai estranea alle nostre società, sottolinea l’attenzione ai tempi e al respiro della natura e alla collettività intesa come valore e caratterizzata dalla capacità di andare avanti. Queste persone sembrano avere tutte le virtù dimenticate dalle società attuali e riescono a superare con spirito pratico paure che per noi sono ancestrali, come l’ incendio della casa, evento che è considerato dal padre solo come perdita di un rifugio. Mancando delle sovrastrutture, vivono in un mondo più semplice e genuino, dove si insegnano, anche a scuola, i veri valori e magari anche ad ascoltare il suono dell’universo. La relazione uomo-natura è focalizzata nella figura paterna che è appunto presentata come salvifica ma anche terribile e temibile.

L’esordiente regista Benh Zeitlin, sa usare esperte soluzioni per ambientare gli avvenimenti con una fotografia terrosa e coinvolgente, anch’essa premiata al Sundance Film Festival, nella zona paludosa, denominata affettuosamente La Grande Vasca dai suoi abitanti, quasi fosse un recipiente creato dalla diga.

Cari amici, se non ci soffermiamo ad ascoltare il suono dell’universo, perlomeno facciamolo col nostro: ci consentirebbe di prevenire malanni fisici e perfino incomprensioni con gli altri.